Archivio febbraio 2010
FOFI, LAVORARE INSIEME PER IL BENE COMUNE
Scritto da admin in Comunicati il 28 febbraio 2010
www.salutedomani.com: “Prendiamo atto con stupore che si può tenere una riunione alla quale si giunge, in un clima di reciproco rispetto, a una primo passo chiarificatore e, a poche ore di distanza sconfessare quanto detto per passare ad accuse irricevibili nei confronti della Federazione”, questa la premessa di Andrea Mandelli in risposta al comunicato rilasciato da FEF, ANPI e MNLF dopo che, nella riunione del 24 febbraio tra la Federazione degli Ordini dei Farmacisti e le organizzazioni rappresentanti dei titolari di parafarmacia (oltre alle stesse FEF e ANPI, Essere Farmacisti, AssoPaCal e Parafarmacie del Triveneto), si era convenuto, senza alcuna obiezione, che i rappresentanti dei titolari di parafarmacia preparassero un documento unitario e condiviso.
Il Presidente della Federazione entra poi nel merito delle critiche: “Nella riunione non abbiamo mai parlato di un maxi-concorso da svolgersi con la normativa attuale. Come risulta anche dai nove punti approvati dal Consiglio Nazionale, la Federazione propone una revisione del quorum per l’apertura delle farmacie, l’istituzione di un fondo che sovvenzioni le sedi disagiate e la previsione di ulteriori sedi in deroga alla pianta organica per particolari situazioni. Quindi non si sta parlando delle sedi già previste e che sarebbero ‘riproposte da anni’ perché non sostenibili economicamente”. Quanto all’aspetto più “politico” delle critiche “vorrei tranquillizzare le tre organizzazioni: la Federazione non ha alcun bisogno che le si ricordi che rappresenta tutti i farmacisti; piuttosto deve essere chiaro che da questo principio discendono alcune conseguenze che si vogliono ignorare quando si propongono sanatorie indiscriminate o altre misure irrazionali come la creazione delle farmacie non convenzionate”.
Innanzitutto non si vede perché la Federazione dovrebbe tutelare gli interessi delle società di capitali che possiedono una quota non trascurabile delle parafarmacie attualmente attive, e chi si fanno rappresentare anche dagli estensori del comunicato. Inoltre, la Federazione ha il dovere di tutelare anche i diritti dei farmacisti che lavorano come collaboratori, in tutte le sedi, e dei titolari delle sedi rurali, che attendono da anni di poter concorrere regolarmente all’assegnazione di una farmacia; colleghi, per inciso, che hanno rappresentato la loro preoccupazione e manifestato l’approvazione per la linea tenuta dalla Federazione.
Proprio perché la Federazione rappresenta tutti i farmacisti, e non è il sindacato aggiunto dei titolari, non si vede perché dovrebbe accettare una sanatoria di cui beneficerebbero anche le moltissime parafarmacie di proprietà di chi è già titolare di farmacia.
“Ci è dolorosamente chiaro che oggi chi ha aperto una parafarmacia si trova in difficoltà” conclude Mandelli. “E’ un problema grave per tutta la professione, ma è anche il frutto di una libera scelta imprenditoriale, di cui la Federazione, fin dall’esordio della Legge Bersani, aveva denunciato tutti i rischi. Siamo comunque impegnati, come abbiamo sempre detto, per arrivare a una soluzione ma, sia chiaro, a una soluzione che tenga presenti le legittime aspettative di tutti i colleghi. Questo è il compito della Federazione”.
Tromboembolia venosa: Studio su efficacia e sicurezza di edoxaban
Scritto da admin in Comunicati il 28 febbraio 2010
www.salutedomani.com: È stato recentemente avviato in Europa il secondo studio clinico di fase III su edoxaban, un nuovo inibitore orale del fattore Xa, per il trattamento e prevenzione delle tromboembolie venose (VTE), patologia che in Italia espone al rischio un alto numero di pazienti. “Ogni anno le tromboembolie venose colpiscono più di 750.000 persone nei primi sei paesi europei, provocando circa 370.000 decessi. Il 30% dei pazienti con VTE muore entro un mese dalla diagnosi e il 25% dei casi con Embolia Polmonare muore per morte improvvisa”. A sottolineare la preoccupante entità di questa condizione morbosa – causata dall’invecchiamento demografico e dall’aumento dei fattori di rischio – è il prof. Henri Bounaumeaux, preside della facoltà di Medicina dell’Università di Ginevra, intervenuto nell’ambito del 54° Congresso “GTH 2010” della Società di Trombosi ed Emostasi in corso a Norimberga.
Il nuovo studio, chiamato HOKUSAI VTE dal nome del celebre pittore giapponese Katsushika Hokusai (1760-1849), valuterà la sicurezza e l’efficacia di edoxaban nel trattamento e nella prevenzione di eventi tromboembolici ricorrenti in pazienti con trombosi venosa profonda (DVT) e/o embolia polmonare (PE). Hokusai VTE è il più ampio studio randomizzato di fase III a livello internazionale per il trattamento e la prevenzione delle tromboembolie venose ricorrenti, con più di 7.500 pazienti coinvolti in 450 centri clinici di 40 Paesi.
Attualmente gli eventi tromboembolici vengono trattati e prevenuti con l’uso degli anticoagulanti, che riducono la tendenza alla formazione di coaguli ematici. Gli anticoagulanti esistenti come le eparine e gli antagonisti della vitamina K, sebbene efficaci, sono soggetti ad una serie di limitazioni. Le eparine sono farmaci iniettabili e quindi meno adatti a trattamenti di lungo termine. Gli antagonisti della vitamina K, pur somministrati oralmente, sono associati a numerose interazioni con altri farmaci e con alimenti.
“L’attuale trattamento cronico standard delle VTE, con antagonisti della vitamina K, pur assicurando una efficace attività anticoagulante, richiede un costante monitoraggio e un continuo adattamento della posologia per evitare sanguinamenti eccessivi,”, ricorda il prof. Sebastian Schellong, primario di Medicina interna all’Ospedale Friedrichsstadt di Dresda. “In base ai dati finora disponibili, edoxaban mostra un profilo farmacocinetico e farmacodinamico che consente una singola somministrazione giornaliera, posologia che può essere mantenuta costante per l’intero periodo di trattamento”.
“HOKUSAI VTE è stato disegnato allo scopo di dimostrare che i pazienti con VTE possono ricevere trattamenti efficaci e sicuri con il più semplice e più appropriato regime posologico tra gli inibitori del fattore Xa”, sottolinea il prof. Harry Büller, direttore del Dipartimento di Medicina Vascolare all’Università di Amsterdam e Presidente del Board scientifico dello studio in questione.
Lo studio HOKUSAI VTE, promosso da DAIICHI SANKYO, è uno studio randomizzato, in doppio cieco condotto su due gruppi paralleli di pazienti. Ad entrambi i gruppi sarà somministrata enoxaparina o eparina non frazionata per un minimo di 5 giorni fino ad un massimo di 12, successivamente verrà somministrato warfarin con un target INR di 2-3 o edoxaban al dosaggio di 60 mg/die. I pazienti riceveranno il trattamento fino a 12 mesi in conformità agli standard terapeutici e alle linee guida internazionali.
L’endpoint primario di efficacia di HOKUSAI VTE è la comparsa di VTE sintomatiche (cioè l’incidenza combinata di DVT, PE non fatale e PE fatale). La valutazione primaria di sicurezza dello studio è l’incidenza di sanguinamenti maggiori e di sanguinamenti non-maggiori clinicamente significativi. DAIICHI SANKYO ha previsto la conclusione dello studio per il 2012.
Oltre a HOKUSAI VTE, edoxaban è sottoposto ad un altro studio internazionale di fase III, randomizzato, in doppio cieco, con l’obiettivo di confrontare l’efficacia e la sicurezza di due diversi regimi posologici del farmaco rispetto a warfarin in pazienti affetti da fibrillazione atriale con un rischio da moderato a alto. I pazienti coinvolti nello studio – denominato ENGAGE AF-TIMI 48 – sono oltre 16.500 in tutto il mondo.
TUMORE: SENO, MIGLIORARE LA SOPRAVVIVENZA AL 71%
Scritto da admin in Comunicati il 28 febbraio 2010

www.salutedomani.com: Il 71% della donne colpite dal tumore del seno HER2-positivo localmente avanzato, curate con la molecola trastuzumab, sopravvive senza recidiva contro il 56% che riesce con la sola chemioterapia. È questo il risultato straordinario dello studio NOAH pubblicato su Lancet di oggi realizzato dal prof. Luca Gianni, Direttore Oncologia Medica 1 della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori e co-fondatore della Fondazione Michelangelo. Il lavoro, che conferma Milano come centro di eccellenza per la lotta al cancro, ha suscitato grande interesse nella comunità scientifica internazionale ed è stato presentato in una conferenza stampa alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori, alla presenza dell’Autore e del Direttore scientifico Marco Pierotti. Il cancro della mammella colpisce ogni anno circa 38.000 donne in Italia e causa la morte in quasi 8.000. Solo il 6-10% di questi tumori è rappresentato dal tipo localmente avanzato e/o infiammatorio che ha una prognosi più sfavorevole di quelli operabili. “Questo tumore necessita di farmaci prima di intervenire chirurgicamente – spiega il prof. Luca Gianni. – In questo studio abbiamo valutato l’associazione di trastuzumab, anticorpo specifico per il recettore HER2, con la chemioterapia sequenziale”. Lo studio, disegnato e condotto dalla Fondazione Michelangelo sul territorio europeo in collaborazione con il gruppo spagnolo SOLTI e sostenuto dalla ditta Roche, ha arruolato 235 pazienti con cancro localmente avanzato di nuova diagnosi, positivo al recettore HER2. A queste donne è stata somministrata per un anno chemioterapia neoadiuvante, e alla metà (117) anche trastuzumab.
”I risultati di questo studio dimostrano che si è compiuto un altro significativo passo avanti nella lotta contro il tumore mammario – afferma il prof. Gianni. – L’evidenza indica che farmaci mirati, come trastuzumab contro HER2, aumentano in modo formidabile la possibilità di intervento quando associati alla chemioterapia, portando la sopravvivenza libera da malattia al 71% in un gruppo di donne altrimenti destinato a un decorso molto grave di recidiva e progressione”.
Il programma terapeutico con trastuzumab è stato ben tollerato. Infatti, malgrado la sua associazione con doxorubicina aggravi gli effetti collaterali di quest’ultima, solo il 2% delle pazienti ha sviluppato scompenso cardiaco comunque controllato con terapia cardiologiche. I prof. Seal e Chia, commentando i risultati nello stesso numero del Lancet, affermano che questo studio “rappresenta una sfida importante per la strategia terapeutica del carcinoma mammario in fase precoce, in considerazione anche del fatto che i risultati da studi adiuvanti richiedono un numero enorme di pazienti per dimostrare un guadagno di sopravvivenza”. Il sottotipo localmente avanzato e soprattutto quello infiammatorio è raro, ma mostra un decorso molto aggressivo che richiede la chemioterapia sistemica, anche se apparentemente risulta localizzato. “Questo nuovo, importante risultato nella cura dei tumori della mammella – ha aggiunto Marco A. Pierotti, Direttore Scientifico della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori -, segue di poche settimane l’annuncio di un altro significativo passo avanti realizzato dalla nostra ricerca, che riguarda il ruolo della proteina p53 come indicatore dell’efficacia della chemioterapia nella cura di tumori della cavità orale. Entrambi i risultati, che confermano anche lo stretto collegamento tra la ricerca e la cura dei pazienti che ci contraddistingue, hanno avuto un ampio riconoscimento a livello internazionale. E’ la miglior dimostrazione che, nonostante problemi e difficoltà, il nostro ruolo nella ricerca, nazionale ed internazionale, continua a mantenersi sui livelli di eccellenza che caratterizzano tutta la nostra storia”.
L’esercizio fisico tiene a bada l’ansia negli ammalati
Scritto da admin in Comunicati il 28 febbraio 2010
Le persone che soffrono di ansia possono trovare sollievo attraverso un’attività fisica regolare, stando ad un recente studio effettuato dai ricercatori dell’Università della Georgia.
Non la comune ansia, ma l’ansia che accompagna frequentemente malattie croniche come il diabete e le malattie cardiache, ancora più grave e più importante da sconfiggere perchè la tensione costante può interferire con il trattamento di tali condizioni, a detta degli esperti.
“Le persone colpite da malattie croniche ovviamente sono più a rischio di sviluppare ansia a livelli patologici, tuttavia spesso i sintomi ansiogeni vengono sottovalutati e non trattati”, ha spiegato Matthew Aringa, dottore di ricerca autore principale dello studio.
Anche se il ruolo dell’esercizio per alleviare i sintomi della depressione è stato studiato approfonditamente, l’impatto che l’attività motoria ha sui sintomi dell’ansia ha ricevuto relativamente poca attenzione.
“I risultati della nostra ricerca provano che le attività fisiche come camminare o il sollevamento pesi sono tratttamenti efficaci e a basso costo, per contribuire ad alleviare gli stati ansiogeni tra i pazienti”, ha detto Herring.
Per lo studio, pubblicato il 22 febbraio negli Archives of Internal Medicine, l’équipe di Herring ha esaminato 40 studi che includevano 2.914 persone affette da varie patologie, tra cui malattie cardiache, sclerosi multipla, il cancro e il dolore cronico da artrite. Nel 90 per cento dei casi, ai pazienti cui era stato assegnato un programma di esercizio fisico si riscontravano meno sintomi di ansia – come i sentimenti di preoccupazione, apprensione e nervosismo – rispetto a coloro cui non veniva assegnato l’esercizio fisico.
In effetti, l’esercizio fisico regolare ha dimostrato di ridurre i sintomi dell’ansia di ben il 20 per cento.
Esercitarsi per 30 minuti è risultato più efficace nel ridurre l’ansia di sessioni più brevi di esercizio. L’esercizio fisico continuato tra le 3 e le 12 settimane si è rivelato un’ottima alternativa agli ansiolitici negli ammalati di patologie croniche.
[Fonte: Health.com]
Fegato: Premio AISF/FIRE per Meriti Scientifici al prof. Rizzetto
Scritto da admin in Comunicati il 28 febbraio 2010

www.salutedomani.com: Durante la serata Liver&Friends all’Auditourium della Conciliazione di Roma (25 febbraio), è stato assegnato un premio speciale AISF/FIRE (Segretario AISF: Daniele Prati, e Presidente della FIRE: prof Antonio Gasbarrini) per Meriti Scientifici di eccellenza in Epatologia al prof. Mario Rizzetto, gastroenterologo dell’Università di Torino, con la seguente motivazione:
“Il virus dell’epatite delta o epatite D (HDV), scoperto alla fine degli anni Settanta, rappresenta un insolito paradigma di infezione del fegato. Si tratta di un virus difettivo, incapace di sussistere in proprio ma capace di attivarsi e divenire patogeno solo in presenza del virus dell’epatite B (HBV); l’HDV è dunque un parassita dell’HBV; l’impatto medico è importante in quanto sovra-infettando i portatori dell’HBV ne aggrava una persistente epatite B o crea nuova ed importante malattia nei portatori sani dell’HBV.
La ricerca virologica degli ultimi trent’anni ha rivelato che l’HDV possiede caratteristiche molecolari uniche, che gli consentono di replicare attraverso meccanismi semplici e diversi da quelli degli altri virus animali noti.
L’elemento più caratterizzante è un “ribozima”, cioè un segmento di RNA genomico che contiene nel contempo l’informazione genetica ma è anche capace di precise attività enzimatiche quali scindere e rilegare l’RNA. Il ribozima dell’HDV è ora oggetto di studio come possibile strumento terapeutico per l’inattivazione di RNA patogeni in campo virale, oncologico e nelle malattie genetiche”.
