Articoli con tag disturbo
Acufeni, la musica risolve il problema
Scritto da admin in Comunicati il 15 marzo 2010

Molto spesso andando avanti con l’età l’udito tende a peggiorare e riesce più difficile ascoltare i suoni emessi ad alcune frequenze. In realtà, però, la diminuizione della capacità di ascolto, ovvero l’ipoacusia, non è l’unico incoveniente legato alla vecchiaia e molte volte compare anche un fastidioso tintinnio o un ronzio che si avverte continuamente. Gli acufeni, infatti, sono un problema molto diffuso, dato che si stima che a soffrirne sia stato circa il 50% della popolazione over 50, e possono essere un grave impedimento.
Non è ancora nota la causa precisa, nè si conosce una cura ad-hoc per questo problema, che per ora a volte viene curata con farmaci neurologici, ma una ricerca condotta da Christo Pantev dell’Università di Munster in Germania sembra dare nuove speranze a chi soffre di acufeni. Ascoltare suoni dolci e rilassanti prendendo parte a sedute di musicoterapia sarebbe in grado di diminuire notevolmente fischi, ronzii ed altri disturbi e costituirebbe così un valido supporto nel trattamento di questo problema.
Lo studio, pubblicato anche su Pnas, rivista dell’Accademia Americana delle Scienze, ha avuto dei risultati sorprendenti. I ricercatori hanno ri-arrangiato a computer alcuni brani musicali a cui è stata sottratta la frequenza corrispondente al rumore avvertito da ogni singolo paziente e, a lavoro ultimato, i brani sono infinte stati fatti ascoltare ai destinatari.
I ronzii, fischi e tintinni sono dei disturbi che si possono presentare raramente, solo per alcuni minuti, o al contrario essere persistenti ed accompagnare sempre gli individui. Il disturbo, che a volte può sfociare in pulsazioni e altre sensazioni, è legato ad una stimolazione anomala dei recettori uditivi o a cause come malattie, presenza di cerume, infiammazione dell’orecchio o dei nervi, e molte volte può essere indice di uno sbalzo di pressione.
Dopo un anno di trattamento, il gruppo che aveva ascoltato i brani appositamente realizzati per curare gli acufeni hanno evidenziato un netto miglioramento del problema, mentre non è stato lo stesso per i pazienti a cui è stata fatta ascoltare la musica originale.
L’incontinenza urinaria: oggi è possibile curarla
Scritto da admin in Comunicati il 14 marzo 2010

Poche gocce, ma quelle sufficienti per sentirsi in imbarazzo, con se stessi e con gli altri. Chi soffre di incontinenza urinaria prova così un doppio disagio: quello nel gestirsi quando è fuori casa e trovare il coraggio e le parole per parlarne con qualcun altro. E’ per questo che, nonostante la sua notevole diffusione, resta ancora oggi un problema largamente trascurato. Solouna minoranza tra chi ne soffre ne parla con il medico o fa ricorso allo specialista tanto che il numero di pazienti incontinenti “sconosciuti” al sistema socio-sanitario è largamente superiore a quelli “dichiarati” e seguiti nelle strutture.
Anche perché non tutti sanno che c’è un tipo di incontinenza urinaria che può manifestarsi quotidianamente facendo le scale, sollevando le buste della spesa, facendo una corsa, durante gli esercizi in palestra: è la cosiddetta incontinenza da stress, che al contrario di quello che può far credere comunemente il termine non è un’incontinenza da stress psicologico bensì da stress fisico. Dai presidi distribuiti nelle Farmacie, alle tecniche chirurgiche a seconda dei diversi casi, l’incontinenza urinaria è un disturbo che va affrontato. Spiega il professor Massimo Porena presidente della Sipuf, la Società Italiana di Pelvi perineologia e Urologia Femminile e Funzionale, direttore della Clinica Urologica e andrologica dell’Università di Perugia, editor in chief di Urologia internationale:
”Si può anche curare con soluzioni efficaci che in breve tempo migliorano in modo importante la qualità della vita di chi ne soffre; sono ancora tante le persone che continuano a non rivolgersi al medico per tenere il più possibile nascosto il problema per vergogna e rassegnazione, con il pregiudizio che si tratta comunque di un disturbo tutto sommato minore, tipico dell’età e quasi ineluttabile. Spesso considerato, in fondo, anche dal sistema sanitario stesso meno importante nella scala di priorità delle patologie del paziente. A ciò si aggiunge l’errata convinzione che pochi siano i presidi in grado di risolvere il problema e che i farmaci disponibili abbiano comunque troppi effetti collaterali. Per affrontare e superare con convinzione il problema occorre però conoscerlo da vicino. La continenza delle urine è assicurata dalla perfetta coordinazione delle tre fondamentali componenti della funzione vescicale: l’accumulo delle urine, lo svuotamento ed il controllo nervoso. La disfunzione di una o più di esse conduce inevitabilmente all’incontinenza. Quindi, per incontinenza si intende la perdita involontaria e non controllata di urine attraverso l’uretra. Tale situazione determina condizioni socialmente non accettabili e non convenienti”
Ci sono quindi diversi tipi di incontinenza?
”I principali sono tre: da sforzo (o da stress), da urgenza e mista, in cui sono presenti le due componenti da sforzo e da urgenza contemporaneamente – e quella da rigurgito (tipica dei paziente maschio prostatico)”.
Cos’è l’incontinenza da sforzo o stress?
“Con questo termine si intende la perdita involontaria di urine che si verifica in concomitanza di improvvisi e bruschi aumenti della pressione addominale come colpi di tosse, riso, starnuti, sollevamento di pesi, ecc..”
In chi si manifesta principalmente?
“E’ più frequente, anche se non esclusiva, nelle donne che hanno avuto più figli, ma può presentarsi anche in donne giovani, soprattutto in quelle che fanno attività sportiva. Studi di prevalenza di campioni a random di donne sopra ai 18 anni indicano infatti che il problema è comune anche tra le giovani, manifestandosi episodicamente nel 45% delle pazienti”.
L’incontinenza da urgenza, invece, cos’è?
“In pratica è la perdita di urine associata a contrazioni non inibite del muscolo della vescica; dal punto di vista clinico è caratterizzata dalla perdita involontaria di urina associata ad un improvviso e forte desiderio di urinare, cioè il paziente perde prima di raggiungere il bagno. Nell’età geriatrica rappresenta il tipo di incontinenza più frequente, visto che ci si trova dinnanzi alla perdita del normale controllo nervoso della funzione vescico uretrale. L’incontinenza da urgenza può inoltre essere espressione di patologie organiche delle vie urinarie (infezioni, calcoli, neoplasie vescicali, ipertrofia prostatica) o di patologie neurologiche”.
E’ un disturbo tipico solo delle donne o anche degli uomini?
”A seconda del tipo di incontinenza. Quella da stress o da sforzo è prevalentemente un problema femminile, nel maschio è esclusivamente secondaria a interventi chirurgici che riguardano il tratto vescico-sfinterico o nei pazienti con vescica neurologica. Per l’incontinenza da urgenza, la prevalenza varia a seconda dell’età nei due sessi. Fino a 60 anni ne è maggiormente colpita la donna; dopo questa età il disturbo più o meno si equivale nei due sessi. Per quanto riguarda il sesso maschile ci possono essere casi di incontinenza urinaria legati a problemi di natura ostruttiva al deflusso delle urine. Si stima che il 30-40% dei pazienti affetti da ipertrofia prostatica severa possano manifestare vari gradi di incontinenza da urgenza.”
Cosa si può fare per risolvere l’incontinenza?
“Oggi, nelle sue varie forme, può essere curata con successo. In base al tipo e all’entità si possono mettere in atto diverse strategie terapeutiche: mediche, riabilitative, chirurgiche. Ogni paziente, studiata in maniera accurata, potrà giovarsi di uno di questi trattamenti che possono essere tra loro integrati. Conoscendo il problema si possono identificare le cause, si può inquadrare in modo corretto e si possono integrare le terapie con un duplice scopo: preventivo e curativo in senso stretto”.
[Fonte | OPTIMA SALUTE]
Deficit di attenzione con iperattività
Scritto da admin in Comunicati il 24 febbraio 2010

Il Disturbo da Deficit di attenzione con Iperattività fu identificato e studiato per la prima volta agli inizi del 1900. Sulla base di evidenze genetiche e neuro-radiologiche è oggi giustificata la definizione psicopatologica del disturbo quale disturbo neurobiologico della corteccia prefrontale e dei nuclei della base che si manifesta come alterazione nell’elaborazione delle risposte agli stimoli ambientali. Anche il neurotrasmettitore dopamina, responsabile chimico della capacità di concentrazione delle emozioni positive e dei sentimenti di felicità, è coinvolto nell’attività cerebrale che differenzia una persona con DDAI.
Per poter fare una diagnosi di DDAI con iperattività, oltre a disattenzione, impulsività e mancanza di autocontrollo bisogna osservare i seguenti elementi:
- Il bambino è irrequieto, muove mani e piedi, si dimena sulla sedia;
- Il bambino spesso lascia il proprio posto in classe o in altre situazioni in cui si deve stare seduti;
- Il bambino scorrazza e salta dovunque in modo eccessivo in situazioni in cui questo comportamento è fuori luogo;
- Il bambino presenta difficoltà a giocare o a dedicarsi a divertimenti in modo tranquillo;
- Il bambino spesso è sotto pressione o agisce come se avesse un “motore interno”;
- Il bambino parla eccessivamente.
È chiaro che tale diagnosi può essere fatta solo da un’ esperto abilitato: almeno 6 sintomi devono perdurare per almeno 6 mesi presentandosi in maniera forte e con un’intensità che provoca disadattamento e contrasta con il livello di sviluppo.
Ricordiamo che alcuni bambini possono presentare alcuni dei suddetti sintomi, non per questo è detto che si tratti di DDAI: spesso questi sintomi nascondono altre problematiche che in quel momento possono turbarne la vita quotidiana, ad esempio una separazione, un lutto in famiglia, un trasferimento, ecc. Ai fini diagnostici non ci si può soltanto limitare alla mera osservazione sintornatologica ma effettuare un osservazione a 360° (famiglia, scuola, abitudini, vissuti quotidiani, ecc.).
Come sconfiggere la fame nervosa – parte uno
Scritto da admin in Comunicati il 20 febbraio 2010
Eating emozionale, ovvero la fame nervosa. Se alle base della sovralimentazione c’è un disturbo emotivo, che porta a mangiare quando si è tristi, ansiosi, preoccupati, le diete e l’esercizio fisico non saranno di grande aiuto. Bisogna piuttosto trovare il modo di resistere a spuntini continui, che non scaturiscono dalla fame, ma appunto da uno stato emotivo.
Se si vuole smettere di mangiare incontrollatamente, bisogna essere onesti con sè stessi sui veri motivi che ci spingono ad aprire il frigo. Per superare questo desiderio improvviso di cibo, è necessario identificare quello che si prova veramente e affrontare i propri sentimenti in maniera diversa dal rimpinzarsi di cibo. Tutti i consigli del mondo per perdere peso non serviranno a nulla se il problema è la fame nervosa, e se non si individua cosa c’è veramente dietro.
La domanda principale da porsi è: di cosa sono veramente affamato?
Fame fisica ed emotiva sono infatti diverse. Per imparare la differenza, lasciarsi davvero fisicamente affamati una volta sola. Quando lo stomaco inizia a brontolare, ecco quella è la fame fisica. Per smettere di mangiare emotivo, è necessario riconoscere quando si è emotivamente affamati e quando si è fisicamente affamati.
Il mangiatore emotivo mangia per calmare se stesso, per festeggiare, per socializzare o alleviare la noia. Non aspetta l’ora dei pasti o i segnali provenienti dallo stomaco. Per smettere di mangiare emotivo, si deve mangiare soltanto per saziare la fame fisica, e bisogna bandire tutti gli spuntini non giustificati da un reale appetito.
Per imparare la differenza tra origine fisica ed origine emotiva della fame tenere presente che:
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La fame emotiva può svilupparsi improvvisamente, oppure può essere un accumulo di tensione dovuto ad un’intera giornata pesante: essere traditi da un amico, innervositi da un collega, persino episodi all’apparenza non gravissimi come aver lasciato il bambino riluttante al nido, possono scatenare gli attacchi. Alla fine della giornata tutto quello che si desidera fare è mangiare un sacchetto di patatine, una vaschetta di gelato e guardare la tv, quasi come per ricompensarsi di quanto è andato storto.
- I mangiatori emozionali non ascoltano i loro corpi. Per smettere di mangiare emotivo, è necessario invece entrare in sintonia con i ritmi del proprio organismo.
- La fame emotiva non è legata al tempo. Si può essere emotivamente affamati nel cuore della notte, alle tre del pomeriggio, o al mattino presto.
- La fame nervosa porta spesso a sentimenti di colpa e di vergogna. Smettere di mangiare, se si avverte una di queste sensazioni. Mangiare non dovrebbe far sentire in colpa, a meno che non è una fame naturale quella che si prova, ma solo voglia di compensazione.
- Chi si lascia assalire dalla fame nervosa, non si sente soddisfatto dopo lo spuntino, al contrario prova quasi dispiacere. Questo avviene perchè a parte la sensazione breve di riempirsi con qualcosa, alla fine, dopo aver mangiato, il problema che era all’origine della fame è ancora lì, irrisolto.
- I mangiatori emozionali si sentono ancora vuoti dopo aver mangiato. Per smettere di mangiare emotivo, bisogna dunque imparare a soddisfare la fame emotiva in altri modi.
[continua...]
