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Sindrome di Costello
Scritto da admin in Comunicati il 10 marzo 2010
Sindrome di Costello
Ci sono circa 300 casi al mondo di questa rara patologia ereditaria, ma nella maggior parte di essi non viene riconosciuta. La sindrome di Costello è una malattia ereditaria rara, nota anche come sindrome di fascio cutaneo skeletal o sindrome di FCS. Per la prima volta nel 1977 un pediatra in Nuova Zelanda l’ha descritta in due bambini con simili caratteristiche fisiche e lievi difficoltà di apprendimento. C’è anche un modello caratteristico di crescita, problemi comportamentali e aspetto fisico.
CAUSE: E’ ormai noto che le mutazioni nel gene HRAS causano la sindrome di Costello. Questo gene è coinvolto nella produzione di una proteina che aiuta la crescita il controllo e la divisione delle cellule. Nella sindrome di Costello, mutazioni di questo gene inducono le cellule a crescere e moltiplicarsi costantemente, piuttosto che in risposta a segnali specifici. Questa divisione costante di cellule anormali risulta in crescita eccessiva di tumori cancerosi e non cancerosi e si ritiene sia responsabile per gli altri segni caratteristici della sindrome di Costello. Si pensa che la sindrome di Costello possa avere un pattern ereditario autosomico dominante. Quasi tutti i casi sono sorti senza una storia familiare della malattia come risultato di nuove mutazioni. Vi è ora un test genetico disponibile per diagnosticarla in tempo.
SINTOMI: I bambini con sindrome di Costello nascono con un peso normale o leggermente elevato alla nascita. In alcuni casi, le madri avvertono un diminuito movimento del feto durante la gravidanza e, in un caso su tre, c’è un eccesso di liquido intorno al bambino mentre è ancora nel grembo materno (polidramniosi). Le caratteristiche tipiche, che diventano più evidenti quando il bambino cresce, comprendono:
- Bassa statura;
- Crescita ossea ritardata;
- Pelle allentata ed elastica intorno al collo, palme, piante dei piedi e dita;
- Capelli ricci;
- Papillomi (piccole escrescenze carnose) intorno alla bocca e al naso;
- Un aspetto caratteristico del viso (narici larghe, ponte nasale basso, orecchie basse con i lobi delle orecchie grandi);
- Bocca larga e labbra carnose;
- Pelle pigmentata;
- Abbassamento della palpebra superiore (ptosi);
- Strabismo.
Alcuni problemi di cuore, come la cardiomiopatia ipertrofica o anomalie del ritmo cardiaco sono comuni, come può esserlo un reflusso del contenuto dello stomaco in gola, che può causare problemi di alimentazione. Ci può essere un aumentato rischio di vari tumori. I bambini affetti possono avere difficoltà di apprendimento.
TERAPIA: Non c’è una cura per la sindrome di Costello, ma alcune terapie sono in fase di sviluppo. Tuttavia delle cure di supporto come aiutare con l’alimentazione nella prima infanzia o ad un’istruzione speciale, e nel caso di complicazioni, come i problemi di cuore, possono aiutare i bambini colpiti a raggiungere il loro potenziale e a crescere nel modo più normale possibile.
Atassia: uno studio italiano ne individua le cause
Scritto da admin in Comunicati il 8 marzo 2010

L’atassia è una malattia che colpisce circa 5000 italiani e coinvolge delle difficoltà di movimento. Queste difficoltà cominciano dapprima lievemente, portando ad incontinzenza o difficoltà di deglutizione, fino a portare a condizioni cliniche più serie.
Finora tra le possibili cause individuate c’erano infezioni, intossicazioni o radiazioni. Ma una ricerca condotta presso l’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, in collaborazione con l’Università degli studi di Milano, ha scoperto che la causa potrebbe essere genetica.
Più precisamente, sarebbe un particolare tipo di atassia, conosciuta come SCA28 ed individuata per la prima volta al mondo proprio in Italia, ad essere causata da un difetto genetico. Spiega Franco Taroni, a capo della ricerca, che
si trasmette con modalità autosomica dominante, ciò significa che deve ereditare una copia alterata del gene da uno dei genitori (affetto a sua volta) per manifestare la malattia.
Una volta identificata la causa dunque sarà più facile diagnosticare la condizione, ed evitare il suo ripetersi in futuro.
[Fonte: Il Quotidiano]
Sperimentata una nuova tecnica per l’asportazione di tumori posti al confine tra addome e torace
Scritto da admin in Comunicati il 6 marzo 2010
Intervento chirurgico eccezionale all’Istituto nazionale dei Tumori di Milano. A uomo di 54 anni è stata asportata una massa tumorale che interessava quasi per intero la metà destra dell’addome. La vera novità però è che la prima volta l’equipe di medici coordinata dal dottor Vincenzo Mazzaferro ha usato una tecnica non invasiva per operare un tumore. Ha scelto una “strada” chirurgica innovativa, passando, letteralmente, attraverso il fegato per arrivare alla massa tumorale e poterla rimuovere. Mentre dieci chirurghi operavano, la circolazione sanguigna di reni, fegato e parte degli organi toracici (polmone destro e cuore) durante l’intervento è stata sospesa e deviata all’esterno in una pompa extracorporea.
I dieci medici hanno tutti specializzazioni e competenze differenti, dalla chirurgia addominale e dei trapianti a quella vascolare, toracica e plastica. L’operazione, durata 15 ore, è stata eseguita il 18 gennaio, ma è stato deciso di darne notizia solo dopo che il paziente, in questi giorni, è stato dimesso.
“Si tratta di un approccio chirurgico innovativo che prevede la divisione a metà del fegato, sospendendo la circolazione degli organi vicini, per raggiungere tumori di grandi dimensioni in sedi tradizionalmente ritenute inaccessibili – spiega il dottor Vincenzo Mazzaferro che ha eseguito e coordinato l’èquipe -. Grazie soprattutto all’esperienza maturata nel trapianto di fegato è stato possibile individuare un percorso mai utilizzato in campo oncologico per pazienti di questo tipo. La riuscita dell’intervento apre ora la possibilità di impiegare questa tecnica per l’asportazione di tumori posti al confine tra addome e torace, in genere originati dai tessuti molli a fianco della colonna vertebrale”. La descrizione e i risultati di questa nuova “via di accesso” chirurgica sono in corso di pubblicazione.
FONTE: Repubblica.it
Aspirina e udito: uno studio conferma rischio ototossicità causata dall’assunzione cronica di fans
Scritto da admin in Comunicati il 1 marzo 2010
Uno studio dell’università di Harvard, pubblicato dall’American Journal of Medicine, sancisce come l’uso regolare di alcuni farmaci comuni come l’aspirina e gli antinfiammatori non steroidei è legato fortemente alla perdita parziale di udito negli uomini sotto i 60 anni. I ricercatori hanno utilizzato i dati di una ricerca che ha seguito più di 26 mila uomini americani ogni 2 anni per 18 anni, a cui veniva somministrato un questionario contenente fra le altre domande sull’udito e sull’uso di farmaci, in particolare analgesici. L’analisi statistica ha trovato che l’uso di aspirina sotto i 60 anni aumenta del 33 per cento il rischio di danni all’udito, mentre nessuna associazione è stata trovata per i più anziani. Per quanto riguarda i Fans, l’aumento di probabilità trovato è stato del 61 per cento sotto i 50, del 32 per cento negli under 60 e del 16 per cento negli altri, mentre per l’acetaminofene gli utilizzatori regolari avevano il 99 per cento di probabilità in più di perdita di udito sotto i 50, il 38 per cento in più tra i 50 e i 59 e il 16 per cento sopra questa età. Secondo gli esperti, le proprietà ototossiche di aspirina e acetaminofene erano già note, ma è la prima volta che si quantifica così precisamente il rischio di perdita di udito. L’acido acetilsalicilico o ASA (IUPAC: acido 2-(acetilossi)benzoico), meglio conosciuto con l’italianizzazione in “aspirina” del suo primo nome commerciale tedesco di larga diffusione, è un farmaco antiinfiammatorio non-steroideo (FANS) della famiglia dei salicilati. Il composto trova impiego solo, od associato ad altri principi e a moderatori degli effetti collaterali come analgesico per dolori lievi, come antipiretico (per ridurre la febbre) e come antiinfiammatorio. Ha, inoltre, un effetto antiaggregante e fluidificante sul sangue, per questo il suo uso a piccole dosi aiuta a prevenire a lungo termine gli attacchi cardiaci. Il nome “Aspirin” è stato inizialmente un marchio commerciale coniato dalla Bayer, ma in diverse lingue si è volgarizzato diventando il termine generico per indicare l’acido acetilsalicilico, indipendentemente dalla perdita legale della capacità distintiva necessaria alla sua validità come marchio di commercio. In Italia il marchio è legalmente in vigore, ed acido acetilsalicilico e acetilsalicilati, puri o in combinazione con eccipienti, sinergici e/o moderatori degli effetti collaterali si trovano sotto diversi nomi commerciali come analgesici antipiretici ed antiaggreganti (secondo il prontuario farmaceutico nazionale, con i nomi di ascriptin, cardioaspirina, aspegic, aspidol, flectadol, e diversi altri tra i parafarmaci non censiti dal prontuario). In passato questi farmaci hanno trovato largo impiego nel combattere i sintomi dell’influenza; oggi si tende a ricorrere ad altri FANS, quali il paracetamolo, che in alcuni casi hanno effetti epato-tossici più pronunciati. Gli effetti collaterali più indesiderati – specialmente ad alti dosaggi per assunzione a stomaco vuoto – riguardano il tratto gastro-intestinale, dove si possono avere ulcere ed emorragie. Il meccanismo di azione coinvolge la riduzione della sintesi di sostanze che proteggono la mucosa gastrica. Per ridurre questi effetti spesso vengono aggiunti composti di natura basica, od ad effetto tampone, nonché associati farmaci ad effetto gastro protettivo o/e inibitori della pompa idrogenionica cellulare, o simili inibitori della secrezione cloridrica. Un altro effetto collaterale sgradito, dovuto proprio alle proprietà anticoagulanti, è l’aumento della perdita di sangue nelle donne durante le mestruazioni e il rischio di emorragia critica perioperatoria.
Sclerosi multipla, ricercatori italiani scoprono con un batterio un possibile meccanismo di insorgenza della malattia
Scritto da admin in Comunicati il 27 febbraio 2010
Un agente non patogeno per il sistema nervoso centrale è in grado di scatenare una malattia autoimmune, simile alla sclerosi multipla, nel topo, che è il modello sperimentale d’elezione per spiegare il funzionamento delle malattie che colpiscono anche l’uomo. È quanto hanno dimostrato per la prima volta un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica di Roma, guidati da Francesco Ria (Istituto di Patologia generale) e Giovanni Delogu (Istituto di Microbiologia), in un articolo appena pubblicato sulla rivista Journal of Immunology. La sclerosi multipla è una malattia dovuta a una reazione infiammatoria scatenata dal sistema immunitario, che provoca la distruzione del rivestimento delle fibre nervose all’interno del sistema nervoso centrale. “Non conosciamo l’agente causativo della sclerosi multipla”, spiega l’immunologo della Cattolica Francesco Ria. “Sappiamo che esistono un fattore genetico e un fattore ambientale, ma non possediamo ancora una teoria soddisfacente che spieghi come funziona esattamente questo fattore ambientale”. In campo ci sono fondamentalmente due teorie: secondo una prima ipotesi, un virus si nasconde nel cervello ed è la risposta immunologica antivirale quella che causa la malattia. La seconda ipotesi, invece, prevede che un’infezione da parte di un agente virale o batterico simile a specifiche molecole del sistema nervoso centrale attivi una reazione del sistema immunitario, che finisce per distruggere le cellule del cervello. Questa è quella che prende il nome di ipotesi autoimmune. Ed è proprio questa seconda ipotesi che i ricercatori degli Istituti di Patologia Generale, di Microbiologia e di Anatomia della Cattolica di Roma si sono prefissi di verificare con questa pubblicazione che ha richiesto più di due anni di lavoro. Per riuscire a dimostrare la plausibilità di questa idea, gli scienziati hanno ingannato il sistema immunitario del topo, modificando in maniera molto sottile un batterio della molto comune famiglia dei micobatteri – di cui fa parte anche il batterio che causa la tubercolosi – per farlo assomigliare alla molecola della mielina, che riveste le cellule nervose. Questo micobatterio modificato è completamente innocuo. Come tutti gli agenti esterni è però capace di scatenare la reazione delle cellule T del sistema immunitario che intervengono per annientarlo. Poiché sono batteri innocui, benché molto diffusi nell’ambiente, e inducono una risposta immunitaria, sono dunque i batteri ideali per studiare il ruolo del fattore ambientale che contribuisce, assieme al fattore genetico, a causare la sclerosi multipla. “Normalmente le cellule T non possono entrare nel sistema nervoso centrale”, aggiunge Ria, “perché la barriera ematoencefalica glielo impedisce. Ma il batterio modifica le caratteristiche delle cellule T e consente loro di superare questa barriera. In 15 giorni il batterio viene eliminato e sparisce senza lasciare traccia”. Ma il punto è che ora quelle cellule T possono entrare nel cervello: in questo modo iniziano ad attaccare la mielina delle cellule nervose, ed ecco che si scatena la malattia autoimmune. “In sostanza – chiarisce Ria – dimostriamo in un modello animale che è possibile che ci si infetti con qualcosa che non dà alcuna malattia, e in seguito sviluppare una malattia puramente autoimmune”. Ma c’è un ulteriore elemento che la complessa ricerca, sostenuta dall’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, mette in luce. “Normalmente – spiega infatti Ria – per capire con quali malattie si è venuti in contatto, si misurano gli anticorpi prodotti da quello specifico agente infettivo. Ma c’è un mondo di agenti infettivi che non induce produzione di anticorpi, come nel nostro caso: i micobatteri e molti altri batteri producono un numero molto basso e variabile di anticorpi. E diventa molto difficile stabilire se una certa popolazione è entrata in contatto con quell’agente infettivo. In sostanza, dimostriamo che gli agenti infettivi che più probabilmente scatenano la reazione autoimmune sono proprio quelli che non inducono anticorpi”. Ovviamente si tratta solo del primo passo per comprendere meglio il funzionamento di questa malattia molto complessa e devastante. Ria e Delogu non si vogliono fermare qui: “Vogliamo cercare di capire le caratteristiche precise che deve avere questo agente infettivo”, spiegano. “Può davvero essere un buon modello sperimentale per la sclerosi multipla? E se avessimo prolungato l’azione del batterio, avremmo favorito o sfavorito lo sviluppo della malattia? E ancora: la parte di proteina del batterio che assomiglia alla mielina, dove si deve trovare? Sulla superficie, al suo interno? Sono tutte domande – concludono Delogu e Ria – cui cercheremo di dare risposta nei prossimi anni, con la speranza di riuscire a sconfiggere una malattia terribile. Addirittura – auspicano i ricercatori della Cattolica – si potrebbe immaginare lo sviluppo di un vaccino con cui poter impedire lo sviluppo della risposta immunitaria associata alla sclerosi multipla”.

